[PDF] Bibbia Traduzione Letterale: Esodo

da Fabrizio Bartolomucci | September 2, 2017 | Religione e spiritualità

Bibbia Traduzione Letterale: Esodo da Fabrizio Bartolomucci

GENERE: Religione e spiritualità

PUBBLICATO: 2 settembre 2017

LINGUA: Italiano

PAGINE: 93

DIMENSIONE: 13 MB

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Caso quasi unico nella letteratura mondiale, la Bibbia non è mai riuscita a separare la fase della traduzione da quella dell’interpretazione. Probabilmente per l’ambiguità e per la mutabilità del contenuto, da sempre i traduttori hanno provveduto a inserire la loro interpretazione del testo spacciandola per autentica, non disturbandosi di riportare le proprie scelte interpretative, ma piuttosto aggiungendo note che allontanano ancora di più il significato dal testo originale: è caratteristica in ambito cristiano l’iniezione di contenuti del nuovo testamento o addirittura di speculazioni teologiche successive come lo spirito santo o le profezie. In questa opera, seguendo le indicazioni di Mauro Biglino, provvediamo invece a tradurre la Bibbia letteralmente. La regola generale per i termini non standard è che, ove una parola ebraica è presente in una singola istanza, oppure in parti diverse con significati diversi, o ancora nel caso che una qualsiasi traduzione potrebbe introdurre nel lettore un bias indesiderato, la decisione è quella di lasciare la parola in un originale fonetico in forma analoga alla versione di BibleHub, per uniformità. Questo è il caso ad esempio di: ‘ĕ·lō·hîm, Yah·weh, Šad·day, ‘El·yō·wn, Rū·aḥ, Kā·ḇō·wḏ, Mal·’aḵ.
Le persone di nomi, aggettivi e verbi seguono scrupolosamente l’originale ebraico, anche riguardo termini controversi come ‘ĕ·lō·hîm, Šad·day, ’Êl, senza risolvere arbitrariamente le contraddizioni. Il genere degli articoli e aggettivi resi in ebraico viene associato al genere del termine ebraico, e non a quello di una delle traduzioni in italiano; questo può naturalmente portare a ulteriori discrepanze del testo rispetto le traduzioni clericali. Nel caso particolare di ‘ĕ·lō·hîm, quando preceduto da articolo determinativo, si è deciso di renderlo sempre come ‘gli ‘ĕ·lō·hîm’, anche quando il termine regge un verbo al singolare. La soluzione appare quasi altrettanto insoddisfacente quanto coniugare l’articolo col verbo, per usare l’aggettivo singolare solo con il verbo al singolare, es. ‘l’‘ĕ·lō·hîm’, e in tutti gli alti casi al plurale, es. gli ‘ĕ·lō·hîm’, ma riteniamo la forma uniforme decisa essere preferibile dal punto di vista della leggibilità e dell’obiettività.
Il gioco di parole nell’attribuzione del nome Mosè a Genesi 2: 10 si appoggia sul verbo “trarre” mə·šî (מְשִׁיתִֽ) e il nome mō·šeh (מֹשֶׁ֔ה), prima ovviamente dell’attribuzione delle vocali - i segni accanto i simboli principali - che sembra allontanare i due fonemi, anche visivamente nello script ebraico.
Il gioco di parole in Esodo 2: 22 per il nome del figlio di Mosè si basa sulla parola straniero - gêr (גֵּ֣ר) - da cui gê·rə·šōm (גֵּרְשֹׁ֑ם).
A Esodo 2: 23-25 occorre un’interessante uso di ‘ĕ·lō·hîm accompagnato da articolo determinativo quando oggetto e privo di esso nel resto del brano quando si attribuisce piuttosto un’intenzione attiva, qualsiasi cosa ciò significhi. Naturalmente in questo testo le occorrenze dell’articolo determinativo sono riportate fedelmente.
A Esodo 3: 2 uno dei brani che da luogo alle più selvagge interpretazioni sulla presenza di descrizioni di veicoli a reazione a decollo verticale nella Bibbia. Certamente chi ipotizza che la Bibbia sia un testo di fantasia deve soffermarsi sulla fedeltà della descrizione di un veicolo moderno fatta da pastori migliaia di anni fa e l’improbabilità che possano essersele inventate senza averle viste. Nel testo occorre per la prima volta la parola sə·neh, peraltro preceduta da articolo determinativo, come quindi se fosse già conosciuta e non un oggetto generico, che i traduttori clericali traducono in modo assolutamente non fondato come “cespuglio”, visto che occorre solo in riferimento a questo oggetto e che quindi potrebbe significare qualsiasi cosa, a parte forse un cespuglio, visto che non ne esistono che brucino senza consumarsi!
Ovviamente il dubbio di Mosè a Genesi 3: 3 fa comprendere che l’oggetto chiamato sə·neh, qualsiasi cosa esso sia, fosse noto a Mosè, o fosse simile a qualcosa che questi già conosceva, come ad un rapido ragionamento è ovvio, altrimenti non avrebbe potuto parlarne.
A Esodo 3: 5 compare per la prima volta la parola qō·ḏeš, che i traduttori clericali traducono abbastanza consistentemente come sacro o santo, senza tuttavia chiarire cosa questo significhi. L’interpretazione potrebbe suggerire togliersi le scarpe come si fa ora nelle moschee islamiche, ma un velista potrebbe pensare ad altro.
A Esodo 3: 14 occorre la frase piuttosto criptica “‘eh·yeh ‘ă·šer ‘eh·yeh” (אֶֽהְיֶ֑האֶֽהְיֶ֑האֶֽהְיֶ֑ה), in cui ‘eh·yeh viene tradotto come “io sono” mentre ‘ă·šer come l’ordinaria preposizione relativa. Si nota naturalmente la somiglianza del lemma ‘eh·yeh (אֶֽהְיֶ֖ה)  con Yah·weh (יְהוָ֖ה), cosa che ha spinto alcuni esegeti a rendere in tutti i casi Yah·weh come “io sono”, per quanto la normale resa del lemma “io sono” è il termine affatto diverso “a·ni”. Sorprende peraltro il fatto che questi non si sia presentato direttamente come Yah·weh, visto che al paragrafo 4 viene proprio citato dal testo Yah·weh come attore. Cosa che lascia intendere una sovrapposizione di testi di diversa data e/o origine.
E infatti poco dopo a Esodo 3: 15 ci ripensa... e si presenta direttamente come Yah·weh. Non sappiamo naturalmente se questa evoluzione sia dovuta a una stratificazione del testo che ha fatto finalmente emergere il termine Yah·weh dalla nebbia dei tempi.
L’ironia di Esodo 3: 17 forse sfugge agli esegeti. Si promette di uscire dall’afflizione di un popolo per affliggerne altri 6, che presumibilmente non avevano alcuna colpa, se non quella di essere meno potenti tanto dell’Egitto che di Yah·weh!
Una nuova luce prende la parola ḥên a Esodo 3: 21-22: parola evidenziata in ambito Ebraico come soffondente fiducia e cura; in questo brano rappresenta evidentemente l’inganno nei confronti degli Egiziani per saccheggiarli impunemente.
E comincia a Esodo 4: 3-4 la lunga e perigliosa storia dei portenti per affermare la propria autorità che si spinge fino ai giorni nostri nelle sagre di paese, nelle vite dei santi o nella apparizioni mariane. Riporto solo una breve storiella che riguarda un saggio che si dirige verso un fiume attraverso cui un santone indiano camminava sull’acqua da una parte all’altra. Al che il saggio gli chiese quanto avesse praticato per acquisire tale capacità; alla risposta di trent’anni il saggio gli diede del cretino, visto che con una piccola moneta si poteva pagare il traghetto e passare in un istante! La nota breve riguarda la domanda su come possa il fatto di trasformare un bastone in qualcos’altro, comunque si sia fatto,  oppure fare ognuno degli altri portenti presenti tanto nel nuovo che nel vecchio testamento cristiano aiutare a essere felici e superare la sofferenza, quello che penso sia il desiderio di base di tutta l’umanità. Si sorvola su come l’ente che avrebbe creato i cieli e la terra debba ricorrere a questi giochini da illusionista per essere seguito.
A Esodo 4: 16 compare un brano davvero curioso dove al personaggio simile a Cirano che interpreta Mosè viene tributata una somiglianza agli ‘ĕ·lō·hîm, senza che mai sia stato attribuito il compito di suggeritori a tali personaggi. Ovviamente il traduttore clericale che traduce con Dio rimane con le stesse perplessità.
Esodo 4: 21 è assai bizzarro, attribuendo un atteggiamento piuttosto schizofrenico a Yah·weh in pratica allo stesso tempo facendogli creare tanto la soluzione che il relativo problema che la vanifica. Certo dopo si daranno spiegazioni su come questo sia fatto per permettere a Yah·weh di completare la sua demo per suscitare il rispetto dei figli di Yiś-rā-’êl - come si vedrà nel seguito, con misero successo. Agli amanti dei paradossi tuttavia ricorda la storiella della creazione di un masso da parte dell’ente onnipotente che nessuno può spostare, così vanificando l’onnipotenza dell’essere o quando lo crea o quando cerca di spostarlo.
Esodo 4: 24-26 è oscuro. Yah·weh minaccia di uccidere il figlio di faraone e poi invece se la prende con il figlio stesso di Mosè, tanto da indurre la madre Zippora a intervenire, ancora più bizzarramente inducendola a compiere, presumibilmente per la prima volta, il rito della circoncisione per salvarlo! La spiegazione più plausibile è che il brano sia stato introdotto a posteriori per dare una base scritturale al rito dalla circoncisione, senza alcun riguardo per il contesto.
Evidente corruzione del testo a Esodo 5: 10 dove si perde del tutto la negazione facendo dire a Faraone il contrario di quello che dovrebbe. I traduttori clericali naturalmente la aggiungono artificiosamente per evitare questioni.
Senza dubbio citato Esodo 5: 22 in ambito clericale come esempio di perdita della fede di fronte all’imperscrutabilità dei piani dell’Eterno. Forse per questo, celiando, si parla di “scherzo da prete”, quando sono altri a farlo.
A Esodo 6: 3 si danno due casi: o Yah·weh è un bugiardo patentato, visto che con questo titolo si è presentato molto più spesso che come ’êl šad·day nella Genesi, come si può facilmente verificare nella pubblicazione omonima, oltre che naturalmente in questo stesso testo, come si può verificare ancora più facilmente clickando la parola; oppure è stata operata una corruzione dei testi per la quale il termine Yah·weh è stato sostituito a termini più antichi rovinando la rivelazione sorprendente di questo brano nella quale il nostro avrebbe evidentemente voluto arrogarsi il titolo.
In forma interessante a Esodo 7: 9 e segg. la cosa in cui si trasforma il bastone di Mosè è un ṯan·nîn piuttosto che un nā·ḥāš come al capitolo 4. Il traduttore clericale non batte ciglio e traduce entrambi i termini come serpente.
Il grandioso miracolo - che, sia detto per inciso, come tutti gli altri miracoli ispirati o fatti da Yah·weh, porta morte e distruzione - compiuto tanto da Aronne che dai maghi viene chiarito a Esodo 7: 24-25; evidentemente ciò che avevano gettato nel fiume era qualche sorta di veleno che aveva ucciso i pesci nella zona, cosa che ha dato luogo alla forte puzza. Tanto è che l’acqua raccolta a poca distanza dal Nilo era perfettamente potabile, cosa che non sarebbe stata se fosse stata avvelenata l’acqua in modo più radicale.
Una frase curiosa a Esodo 8: 10 dove devono essere avvenute numerose elisioni durante le copie fino a far significare al testo che non esista alcun Yah·weh, nostro ‘ĕ·lō·hê. Le traduzioni clericali reintegrano, questa volta probabilmente in modo ragionevole, le parti mancanti per fargli avere un senso in accordo con il resto del testo; significato che comunque non nasconde il fatto che sia detto che non esiste alcuno come Yah·weh, come si dice che “non c’è alcun sapone che lavi come una certa marca”, tipico segno di enoteismo, piuttosto che di monoteismo.
Esodo 9: 12 è assai curioso; Yah·weh sembra giocare tutte le parti in commedia: quella di convincere faraone, quella di convincere faraone del contrario e per giunta gli si dice che aveva ragione. Cosa assai probabile, avendo questi fatto una cosa e il suo contrario, in definiva prendendosi gioco di Mosè e Aronne. Ciò a meno che il tutto non sia scritto ex-post e siano tutti gli eventi del tutto naturale e siano solo stati gli Ebrei ad averli interpretati diversamente per acquisire prestigio. Questa alternativa si pone praticamente in tutta la Bibbia!
Risulta evidente ancora a Esodo 9: 25 come, persino nella Bibbia, non ci sia evidenza oggettiva della presenza di Yah·weh sulla terra, ma solo mediante Mosè, che ovviamente potrebbe essersi inventato tutto sulla base di conoscenze scientifiche superiori a quelle dei suoi interlocutori.
Da notare a Esodo 10: 7 il termine plurale miṣ·rā·yim, preso come gruppo, associato al verbo singolare ‘ā·ḇə·ḏāh (אָבְדָ֖ה). Il traduttore clericale traduce come quasi sempre con il singolare Egitto eliminando il problema del termine al plurale per lasciare il solo termine ‘ĕ·lō·hîm come eccezione eliminabile.
Assai probabile che quella riferita a Esodo 10: 25 sia una semplice eclisse. Naturalmente nessuna eclisse dura tre giorni, e il numero tre si ripropone ripetutamente tanto nel nuovo e nel vecchio testamento, magari prendendo questo brano come modello. Sappiamo anche che il testo ebraico disponibile è stato ripetutamente rimaneggiato e non è da escludere che il tempo dell’eclissi sia stato esteso ad arte per farlo corrispondere ad altri eventi tanto di interesse Ebraico che Cristiano.
Un nuovo significato a Esodo 12: per la parola ḥên che in questo brano sembra venire a significare qualcosa di simile a estorsione.
Interessante a Esodo 13: 2 come l’attribuzione a Yah·weh dell’ordine di uccidere tutti i primogeniti, compresi quelli di ’ā·ḏām, diventi nel discorso di Mosè il relativamente meno crudele massacro dei primogeniti solo degli animali mentre i figli di ‘ā·ḏām potranno essere tranquillamente riscattati - tip̄·deh (תִּפְדֶּֽה׃) - al modo degli asini per gli agnelli. Il tutto potrebbe essere il segno di una transazione da un’epoca in cui si facevano sacrifici umani in un’altra in cui tale pratica era stata interrotta.
Da notare come sia a Esodo 13: 21-22 che per la prima volta la presenza di Yah·weh  sia riportata in modo, per così dire, oggettivo, piuttosto che come resoconti di singole persone.
Ovviamente non serve un intervento soprannaturale a Esodo 15: 25 per abbassare il ph di un liquido basico mediante vegetazione acida. Altrettanto naturalmente Mosè doveva avere una conoscenza scientifica assai superiore al suo popolo e siamo lasciati a domandarci dove l’abbia conseguita.
La parola manna esce fuori dal brano a Esodo 16: 15 in quanto la frase in ebraico tradotta qui come “cosa esso”, in Ebraico è resa come: “mah-hū” (מַה־ה֑וּא) e alcune traduzione rendono la frase direttamente come Manna, a volte senza mettere in risalto la forzatura.
La perplessità a Esodo 17: 7 è assai significativa: se il popolo si poteva domandare se Yah·weh fosse in mezzo al loro o no, è segno che non lo era in modo visibile, quanto solo nei discorsi di Mosè che con la maggior parte delle possibilità ha attribuito a lui qualche giochino scientifico acquisito chissà come, di cui il suo popolo di pastori era ovviamente all’oscuro. Arthur Clark diceva che: “Qualsiasi tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia”, ma si può anche aggiungere che è confondibile con la religione!
Viene dettagliato chiaramente a Esodo 18: 7 cosa si intende per bene fatto da Yah·weh, la parola è ṭō·wḇ (ט֑וֹב), in pratica il massacro degli avversari. Dovrebbero ricordarsene i Cristiani quando invocano la bontà del Signore...!
Si chiarisce a Esodo 18: 11,  nella chiosa di Ietro, suocero di Mosè, come Yah·weh fosse uno dei tanti ‘ĕ·lō·hîm, per quanto considerato il più grande per la sua efferatezza, non certo l’unico come è stato progressivamente considerato. Ovviamente se si tratta dello stesso individuo e delle stesse storie, ha poco senso che nei tempi più antichi fosse parte di un gruppo e nei tempi più recenti fosse unico, a meno ovviamente che non abbia ucciso tutti gli altri! Ciò nell’ipotesi, tutto meno che certa, che questi personaggi fossero presenti in carne e ossa e non idealità simili a quelle dei tempi successivi, visto che di resoconti della loro manifestazione pubblica ce ne sono a malapena.
A Esodo 19: 3 un tranquillo resoconto di come Mosè salì agli ‘ĕ·lō·hîm e Yah·weh, evidentemente uno di essi, gli si fece incontro.
Un nuovo caso a Esodo 19: 19 dove “gli ‘ĕ·lō·hîm” correttamente reggono un verbo alla terza persona plurale: ya·‘ă·nen·nū (יַעֲנֶ֥נּוּ).
Una frase assai curiosa a Esodo 20: 26 dove si intima di non salire le scale per non mostrare la propria nudità, cosa che fa pensare alle cameriere che salivano le scale per pulire la libreria in alto mentre i padrone di casa marpione guardava da sotto dei film italiani degli anni ’70. Siamo lasciati a domandarci chi possa mai essere interessato a vedere le mutande di Mosè, tuttavia.
Da notare a Esodo 21: 5-6 l’assai Shakespeariano discorso riferito da Mosè. Si dice che lo schiavo può liberarsi dopo 7 anni, ma se lo fa deve abbandonare moglie e figlio; altrimenti deve restare lui stesso schiavo per ‘ō·lām. A tale proposito si noti il sereno uso del termine ‘ō·lām, tranquillamente traducibile con ‘sempre’ senza che nessuno ipotizzi che il servo debba servire il padrone anche nell’oltretomba!
Si noti a Esodo 21: 12-14 come venga presentata in nuce la distinzione legale tra omicidio preterintenzionale e premeditato.
Il verso a Esodo 21: 37 si colloca tanto nella versione Cattolica che Ebraica al termine del capitolo 21, come in questo testo; il testo Evangelico lo colloca invece all’inizio del capitolo 22.
Sembra la base per la norme Americane e su quelle che si vanno diffondendo in Europa riguardo la legittima difesa estesa siano già presenti con estrema chiarezza nella Bibbia a Esodo 22: 1.
Si fa presente che in tutto il brano a Esodo 22: 6-8 la parola che traduce nelle versioni occidentali ‘ĕ·lō·hîm è giudici. Forse l’assenza di specifiche norme per valutare la colpevolezza di qualcuno in base al cosiddetto Giudizio di Dio ha spinto i traduttori a non introdurre un rito presente in tutte le tradizioni coetanee - ad esempio camminando sul fuoco o facendo altre pratiche pericolose per misurare la concentrazione di qualcuno, presumibilmente inferiore se ha qualcosa da nascondere - per sostituirlo con una non meglio chiarita intermediazione giurisprudenziale, grazie alla traduzione creativa di ‘ĕ·lō·hîm che qualcuno vorrebbe addirittura identificare con la Trinità cattolica!
Si determina una interessante contrapposizione tra Esodo 22: 19 ed Esodo 22: 27 . Praticamente prima si dice che chi sacrifica agli ‘ĕ·lō·hîm sarà distrutto, mentre nel verso successivo si dice che lo sarà anche chi li bestemmia! Sembra che in definitiva venga suggerito un approccio equanime verso di loro...!
A Esodo 22: 28 siamo lasciati a domandarci cosa avrà fatto Yah·weh con tutti i primogeniti delle famiglie di Yiś-rā-’êl. Certo le premesse non sono incoraggianti.
A Esodo 22: 29 si precisa quando i primogeniti devono essere consegnati a Yah·weh: quindi o Yah·weh aveva un asilo infantile oppure deve aver gradito particolarmente il fumo dei teneri bambini di pochi giorni bruciati.
Si noti a Esodo 23: 15 l’occorrenza del verbo yê·rā·’ū (יֵרָא֥וּ) che viene tranquillamente tradotto come apparire allo stesso modo di quanto capita quando appaiono esseri a cui attribuire caratteristiche divine, senza che a nessuno venga in mente che gli Israeliti debbano presentarsi a Yah·weh volando o apparendo dal nulla!
Ai cristiani apparirà certamente familiare il brano a Esodo 24: 5 e questo non è causale in quanto tanto Gesù che i redattori dei Vangeli avevano una buona familiarità con la Bibbia ebraica tanto da fare giudiziosi collegamenti ovviamente solo nominalistici, visto che in questo brano si parla di effettivi selvaggi riti di aspersione del sangue delle vittime sugli astanti.
Una frase piuttosto astrusa a Esodo 24: 14 con due delle parole ebraiche maggiormente polisemiche in Italiano ḇa·‘al e də·ḇā·rîm (plurale di dā·ḇār): il traduttore monoteista si comporta come al solito in questi frangenti non battendo ciglio e inventandosi una traduzione arbitraria.
Nonostante gli sforzi, non siamo riusciti a trovare un termine femminile per rendere il femminile plurale ebraico lu·lā·’ōṯ (לֻֽלָאֹ֗ת) da coniugare con il termine di paragone al femminile, a differenza di altri termini precedenti, così a Esodo 25: 5 abbiamo dovuto usare anelli, scusandoci con i lettori.
A Esodo 28: 30 compaiono per la prima volta questi curioso ’ū·rîm e i tum·mîm i quali anche la traduzione clericale lascia non tradotti e che comparianno anche nel seguito senza chiarire in qualche modo il loro significato, a parte il fatto che vanno sempre insieme e che sono plurali maschili.
A Esodo 29: 6 esce dal nulla una corona qō·ḏeš che risulta davvero difficile immaginare cosa sia. I traduttori monoteisti da parte loro traducono restando silenti sul punto.
Si comincia a porre a Esodo 29: 13 la curiosa prescrizione di bruciare alcune parti del grasso degli animali, che il traduttore monoteista pietosamente pone come “ardere come sacrificio”, quasi a volerne trasfigurare il senso in termini metonimici, quando nulla di ciò è invece presente nel testo ebraico, che il testo di questa opera traduce fedelmente.
E si presenta poco dopo a Esodo 29: 18 l’ancora più curioso obiettivo di queste macabre procedure: permettere a Yah·weh di annusare l’odore del grasso bruciato definito calmante, una delle traduzione accanto a dolce, e non certo per i presenti umani. Come noto questo libro non ha l’intenzione di fare supposizione suggestive Biglinane o meno, ma siamo lasciati a domandarci, se la cosa non è stata chiesta loro con l’obiettivo di odorarne il profumo, come è venuto loro in mente di bruciare proprio le parti che facevano più fumo, col rischio di segnalare la propria presenza ai nemici.
A Esodo 30: 12 emerge in nuce il meccanismo del prelievo forzoso da parte del clero fino al culmine dell’8 per mille attuale. Si noti la minaccia associata al mancato pagamento, che sarà sicuramente comminata da Mosè in persona, si sia questi inventato tutto o abbia parlato davvero con una qualche figura estranea. Notare l’uso della parola ne·ḡep̄ (נֶ֖גֶף) precedentemente usata in occasione della persecuzione degli Egiziani a Esodo 12: 13.
E ad Esodo 30: 15 emerge anche il concetto di Flat-tax, ben prima che emergesse nella cultura occidentale. Disposizione che risulta tuttavia meno sperequativa di quella dei periodi intermedi quando le tasse venivano solo pagatr dai più poveri in una progressività alla rovescia.
Il legno citato a Esodo 30: 23 dovrebbe essere verosimilmente di Sandalo.
E a Esodo 30: 33 nascono anche norme piuttosto severe per il rispetto della proprietà intellettuale, copyright nella terminolgia internazionale.
Si noti a Esodo 32: 1 come si presenti di nuovo una mancata concordanza di numero tra vari verbi e soggetti. Tra cui yiq·qā·hêl (קָּהֵ֨ל) singolare e yō·mə·rū (אמְר֤וּ) plurale: tutti con soggetto ‘ām (עָ֜ם) - popolo - che ha la forma di plurale, pur essendo tradotto come singolare.
Poco spiegabile il passo a Esodo 32: 5: Aronne costruisce un altare al vitello e poi proclama una festa per Yahweh. Non si capisce se sia un refuso, una correzione successiva, o se Aronne abbia voluto giocare una doppia parte in partita da abile stratega in modo da trovarsi bene sia se Mosè fosse ritornato o fosse tardato ancora.
Esodo 32: 16 lascia a interrogarci come facesse il relatore a conoscere l’opera e soprattutto la scrittura degli ‘ĕ·lō·hîm, ovviamente se non era stato tutto inventato da Mosè stesso. Perlatro si nota poco dopo a Esodo 32: 19 come queste siano state convenientemente spezzate, eliminando la prova scottante in termini polizieschi moderni, e quindi sia risultato impossibile verificare oggettivamente chi le avesse prodotte e scritte.
Si vede agevolmente, anche nelle traduzione clericali, a Esodo 32: nella descrizione di come viene distrutto oltre a come era stato costruito, come le scene cruente dello sversamento nelle bocche dei presenti di oro fuso sia campato in aria. Probabilmente si tratta di una struttura in legno rivestita di foglio d’oro.
E anche a Esodo 32: 23 ‘ĕ·lō·hîm regge il verbo al plurale yê·lə·ḵū (יֵלְכ֖וּ); anche in questo caso le traduzione clericali rendono il tutto al singolare, probabilmente senza necessità, non trattandosi ovviamente di quello prescelto a cui viene regolarmente dato questo trattamento per costruire la teologia monoteista.
Un resconto piuttosto magico di Aronne a Esodo 32: 24, probabilmente per deresponsabilizzarsi, che ha probabilmente dato luogo all’idea prevalente sulla costituzione del vitello come di oro fuso, nonostante le eccentriche modalità di distruzione già segnalate.
Alluncinanante il dialogo a Esodo 32: 26 che ricorda in modo sorprendente il documento consegnato sugli arei per gli USA dove si chiede se si importa droga, si intende commettere attentati ecc. con l’intesa che se uno conferma una delle cose all’arrivo finisce in carcere, come si vede dopo, si tratta del primo genocidio del popolo ebraico, ovviamente ad opera spontanea di Mosè visto che la pretesa sia stata una richiesta di Yahweh è toitalmente campata in aria in quanto dopo la discesa dal monte non si riporta alcun nuovo dialogo con lui, assumendo ce ne siano stati sul monte.
Il brano a Esodo 33: 13 - ovviamente fuori dal contesto nel quale si capisce che la via che cerca Mosè fosse pragmaticamente quella per attraversare il deserto e non verso la salvezza eterna - è uno di quelli, insieme ai passi immediatamente successivi, che prende parte con facilità ai canti liturgici, a seguito di giudiziose, per quanto arbitrarie, traduzioni dei termini qui lasciati in ebraico.
La frase a Esodo 34: 7 è notevole nelle sue contraddizioni; dopo che Mosè ha sterminato migliaia di ebrei su supposta sua indicazione, Yah·weh dice di se stesso che perdona le colpe e le trasgressioni, tuttavia punendole fino alla quarta generazione! Il fedele senza dubbio invocherà il mistero dell’imperscutabilità del Signore, noi riteniamo più probabile un non scrupoloso collage di brani di diversa provenienza da parte del redattore biblico.
Notare come a Esodo 34: 10 il termine per designare evidentemente un territorio, come si comprende dalla progressione a nazione, sia lo stesso usato nella Genesi per designare l’oggetto della creazione di Yah·weh e degli ‘ĕ·lō·hîm che i teologi intendono come tutta la terra, come il nostro pianeta, se non di più. I traduttori clericali variano tra il persistere e intendere tutta la terra ignorando la progressione, e la traduzione del termine in modo diverso nei vari casi.
Si noti a Esodo 34: 20 come compaia il termine yê·rā·’ū (יֵרָא֥וּ) che quando viene associato a Yah·weh o qualche altro essere ipoteticamente celeste, traducendolo come “apparire”, dà la suggestione che appaia in modo magico, magari volando. I testi clericali traducono scaltramente questa occorrenza col verbo “venire”, quando anche usando il termine “apparire”, come si fa in questo testo, nessuno è portato a pensare che gli uomini si presentino a Yah·weh volando, ma piuttosto che si facciano vedere da lui, come era evidentemente anche negli altri casi.
Dal brano a Esodo 34: 28 verosimilmente escono fuori i famosi dieci comandamenti. A parte il punto filologico per il quale il termine per comandamento è miṣ·wō e mai dā·ḇār, ovviamente obiettabile come quasi tutte le intepretzioni dei termini ebraici, occorre osservare come quelli che vengono comunemente intesi come i dieci comandamenti compresi “Non uccidere”, “Non rubare” ecc. non compaiano proprio nei paragrafi precedenti per essere verosimilmente sostituiti dai punti in Esodo 34: 17-26 che, come si vede chiaramente, con i comandamenti comuni non c’entrano assolutamente nulla.
Il brano a Esodo 40: 34 e sgg. e uno di quelli che maggiormente alimentano i temi della Paleoastronautica come nascosta nella Bibbia, ma certamente riesce difficile immaginare come una navicella spaziale possa trovare spazio in quel trabiccolo testè descritto, almeno non più di quanto sia per la traduzione spirituale del termine ḵə·ḇō·wḏ.

Tags: bibbia, traduzione, letterale:, esodo

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